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La maturazione dell’mRNA

Salve a tutti e buon inizio di settimana! Sono il DNA e oggi vorrei affrontare l’argomento riguardante la maturazione dell’mRNA.

Prima di tutto è necessario chiarire che, prima della fine della trascrizione, al filamento di mRNA viene aggiunto un “cappuccio” presso l’estremità 5′ attraverso un processo definito con il nome di capping. Questo cappuccio è generato partendo da una modificazione della base azotata guanina ed è necessario al fine di far uscire l’mRNA dal nucleo della cellula eucariote e di farlo agganciare al ribosoma corrispondente.

Prima di raggiungere il citosol, il pre-mRNA subisce l’azione di altri due processi. Primo fra tutti la trasformazione in un RNA maturo. Successivamente, in corrispondenza dell’estremità 3′, è aggiunta una sequenza nucleotidica. Questa catena è costituita da circa 200 nucleotidi che contengono la base azotata adenina ed è chiamata “coda poli-A“. Essa ha lo scopo di conferire maggiore stabilità alla molecola e le permette di resistere per un periodo piuttosto lungo all’interno del citosol.

Un altro importante processo che avviene prima dell’uscita del pre-mRNA dal nucleo della cellula è lo splicing. Questo meccanismo consiste nel taglio degli introni e nella ricongiunzione degli esoni; gli introni sono eliminati, mentre gli esoni sono saldati insieme in sequenza al fine di costituire un’unica molecola. Il complesso che ha il compito di eliminare gli introni è conosciuto come “spliceosoma” ed è formato da piccole riboproteine nucleari (snRNP).

In molti casi, nelle cellule eucariote, i trascritti di pre-mRNA identici sono rielaborati in modi differenti: da un solo gene, attraverso il processo dello splicing alternativo, si formano differenti mRNA maturi. In questa maniera la complessità dei proteomi eucarioti aumenta.

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L’esperimento di Griffith

Salve a tutti! Sono il DNA, ma in realtà mi sono già presentato…perciò oggi parlerò di uno degli esperimenti condotti da celebri scienziati del secolo scorso al fine di scoprire la mia vera funzione.

Frederick Griffith, medico e microbiologo inglese, nel 1928, iniziò a studiare due ceppi batterici: uno virulento che formava colonie dall’aspetto rugoso (ceppo S)

, causa della polmonite, e uno inoffensivo (ceppo R) che formava colonie dall’aspetto liscio.

Griffith utilizzò i due ceppi per dimostrare l’esistenza di un fattore di trasformazione che riusciva a passare dai batteri di un ceppo a quelli dell’altro, donando loro dei caratteri nuovi.

Lo scienziato prese il ceppo virulento e lo iniettò in un topolino di laboratorio. Nel caso in cui i batteri non fossero stati uccisi con il calore, questi gli provocavano la morte per polmonite. Subito dopo, prese il ceppo batterico inoffensivo e, iniettato nel topo, non gli causò la morte.

Quando però Griffith iniettò nel topolino i batteri del ceppo R e quelli del ceppo virulento (uccisi in precedenza con il calore) rimase sorpreso nel capire, tramite le analisi del sangue, che la cavia fosse morta a causa del virus della polmonite.

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Lo scienziato giunse alla seguente conclusione: una “sostanza” cellulare era in grado di passare dai batteri uccisi, appartenenti al ceppo S, a quelli del ceppo R compiendo una “ trasformazione”.